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L'EDITORIALE. I RAGAZZI DI BUONA FAMIGLIA, CHE LAVORANO E STUDIANO
Possiamo chiederci che cosa accade dentro di noi quando un barista, un elettricista, un perito chimico tirocinante e un universitario danno alle fiamme un senzatetto


(26 Novembre 2008) - “Ragazzi di buona famiglia, che lavorano e studiano”! E’ l’identikit tracciato dalle forze di polizia – un ritornello tristemente noto, purtroppo – per definire i quattro giovani riminesi accusati di aver dato alle fiamme Andrea Saveri, un senzatetto proveniente da Taranto, durante la notte del dieci novembre scorso.

Un barista, un elettricista, un perito chimico tirocinante e un universitario già da tempo avevano deciso di rendere la vita difficile al clochard tarantino lanciandogli contro, in diverse occasioni, una serie di sassi e mortaretti. Andrea Saveri (ancora ricoverato all’ospedale di Padova con ustioni di secondo e di terzo grado su gran parte del corpo) conservava un sogno nel cassetto, desiderava fare il vigile urbano e cercava così, nonostante fosse un barbone, di rendersi utile in città dando una mano a coloro che in cuor suo considerava “colleghi” di lavoro.

«Dovevamo vendicarci, quello era un figlio di…», dichiarano i quattro attentatori che dalle parole passano velocemente ai fatti cospargendo di benzina Andrea Saveri, durante il sonno – tra i cespugli e una fredda panchina della cittadina riminese – per consegnarlo alle fiamme, senza nessuno scrupolo e privi di ogni umana pietà.

Qualcuno ci tiene a sottolineare che non si è trattato di un gesto razzista e discriminatorio… come se dare alle fiamme una persona, vederla contorcersi per l’improvviso calore e fuggire via vigliaccamente (questo il racconto dei quattro riminesi) potesse rivelarsi giuridicamente e moralmente meno grave.

Cosa può aver ispirato l’irrazionale e folle gesto omicida di quattro giovani “di buona famiglia”, fermati adesso con l’accusa di tentato omicidio volontario e incendio? Sarebbe facile parlare di follia collettiva, disagio giovanile e altro ancora. La verità è forse una, a nostro modo di vedere: i paradossi del nostro tempo ci stanno abituando a non riconoscere più il valore della vita (di qualsiasi vita) e a guardare la persona come ad un oggetto. L’altro diventa pertanto una “cosa” che può essere presa a sassate, violentata ed eliminata a piacimento, mortificandolo nella sua dignità e in altri casi aggredendone la sua purezza. L'altro diventa una rappresentazione mediatica, un'altra notizia da consumare rapidamente, e da dimenticare presto.

Tutti corriamo il rischio di essere improvvisamente annientati e travolti da un’ondata di non senso simile a questa. Non possiamo far finta di nulla e continuare a coprirci il volto per non vedere.

Recita un proverbio indiano: “Se tieni per troppo tempo la maschera, finisci per farla diventare la tua faccia”.

 



Michelangelo Nasca
25/11/2008

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