Gli insegnanti che lavorano a scuola con gli alunni, sanno bene che i modi e i tempi di apprendimento di una lingua (soprattutto quando si è piccoli) sono velocissimi e che talvolta il modo migliore per impararla è quello di vivere in mezzo agli altri

(17 Ottobre 2008) - La proposta di “offrire” agli alunni extracomunitari, presenti nel territorio italiano, l’opportunità di conoscere ed imparare bene la nostra lingua all’interno di classi differenziate di inserimento non convince! Sono tanti i cori di protesta sollevati contro l’ennesima e discutibile proposta della Lega Nord. Tra numerosi dubbi e inevitabili preoccupazioni c’è chi (all’interno del governo stesso) considera il provvedimento leghista – approvato alla Camera per l’istituzione di «classi di inserimento» riservate ai figli di immigrati – di orientamento xenofobo, razzista e intollerante il cui proposito sembra quello di voler “spazzare via”, a tutti i costi, gli immigrati presenti in Italia.
Esterrefatto per tanta feroce disapprovazione, Bruno Vespa, firmando un articolo per il Giornale di Sicilia invita a scrollarsi di dosso tutti gli stereotipi. L’illustre giornalista afferma, infatti: “Pensate alla frustrazione di un bambino straniero che entra in una classe dove si parla una lingua che non conosce. Pensate al disagio dei compagni che… si trovano quasi in una condizione di minoranza nella loro classe e non riescono a parlare con i loro compagni. Si aiuta così l’integrazione? E’ questo il ruolo della scuola pubblica?”.
Con tutto il rispetto, neanche le posizioni di Vespa appaiono però convincenti!
Gli insegnanti (altro argomento caldo di questi giorni) che però lavorano a scuola con gli alunni, sanno bene che i modi e i tempi di apprendimento di una lingua (soprattutto quando si è piccoli) sono velocissimi e che talvolta il modo migliore per impararla è quello di vivere in mezzo agli altri. Tanti giovani per esempio, attraverso numerosi progetti realizzati dalle università, vanno nei paesi stranieri, ospitati da famiglie locali, per imparare e migliorare l’uso di una lingua, e lo fanno stando a contatto con la cultura, gli usi e i costumi del luogo.
A quanto pare nemmeno l’Unione Europea potrebbe fermare il proposito di creare “classi ponte” per gli immigrati, poiché in materia di scuola ogni Stato dell’Unione è sovrano.
Il censimento dei bambini rom, la raccolta delle impronte digitali, l’istituzione di «classi di inserimento» riservate ai figli di immigrati e il deliberato proposito di espellere tutti gli immigrati clandestini non appaiono certamente frutto del caso; sono interventi discussi e “deontologicamente” accettati da alcuni esponenti parlamentari italiani, e non possono non creare allarmismo e scetticismo in un paese civile e pacifico come il nostro.
I toni inquietanti utilizzati proprio in questi giorni dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, non lasciano dubbi circa gli intendimenti prima osservati.
In una intervista pubblicata dalla Stampa, infatti, il leghista afferma: “Chiariamo subito una cosa: non c'è nessun dietrofront sull’immigrazione clandestina. La determinazione a combatterla resta quella di prima”; “Intanto continuiamo con lo smantellamento dei campi nomadi abusivi. Chi avrà diritto a stare, poi, vivrà in campi attrezzati. Chi non ha diritto, tornerà nel suo paese”. Nonostante il no dell’Unione Europea circa l’espulsione degli extracomunitari, il Ministro replica: “Ci sono altri mezzi... altri strumenti... Se non li potremo costringere, li convinceremo. Chiaro che io avrei preferito l'espulsione anche per i comunitari. Senza, tutto è più difficile e complicato”; “Ripeto. Il reato d'immigrazione clandestina rimane. Ma la cosa che ci interessa di più è l'espulsione immediata. E così sarà”.
Si tratta di semplice ed esagerato allarmismo?
Michelangelo Nasca
17/10/2008