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SPECIALE IMMIGRAZIONE. UNA RIFLESSIONE SUI VIAGGI DELLA SPERANZA
Il flusso migratorio di questi ultimi anni è notevolmente cresciuto in tutte le parti del mondo. Tra le cause principali del fenomeno, la più drammatica riguarda i cosiddetti “profughi” o “migranti forzati”


(25 luglio 2008) - Qualcuno ritiene che la tendenza migratoria sia una delle principali caratteristiche insite nell’uomo. Lasciare la propria terra d’origine per stabilirsi in una località nuova - affrontando un viaggio, il più delle volte carico d’incognite - sembra corrisponda al desiderio di cambiamento presente nell’uomo stesso. Ci sono, però, altre motivazioni che “costringono” numerosi gruppi di uomini, talvolta di intere famiglie, a lasciare la propria terra natale per stabilirsi in altri luoghi.

Di fatto, il flusso migratorio di questi ultimi anni è notevolmente cresciuto in tutte le parti del mondo. Tra le cause principali del fenomeno migratorio, la più drammatica riguarda i cosiddetti “profughi” o “migranti forzati”, costretti cioè a fuggire dalla propria terra per problemi legati alla guerra e ai regimi politici oppressivi del proprio paese, oppure per motivi di razza, religione e nazionalità. Questo strappo, che potremmo definire “innaturale” per ogni persona, comporta tutta una serie di problematiche legate alla vita stessa del profugo: la perdita della famiglia, della casa, della propria cultura e della religione di appartenenza. Si stima che su 150 milioni circa di persone stabilitesi all’estero, negli ultimi due anni, quasi 30 milioni siano profughi e perseguitati politici.

Il fenomeno religioso, per la stragrande maggioranza dei casi, è un elemento di fondamentale importanza, la componente principale che in qualche modo determina l’identità dell’immigrato stesso. Gli insegnamenti, le tradizioni, le abitudini presenti in ogni ambito religioso sono il bagaglio culturale che ogni immigrato – all’inizio del faticoso viaggio – sceglie di portare via con sé. Talvolta la scelta di una città piuttosto che un’altra è determinata dalla presenza di altre comunità già presenti nel territorio e appartenenti alla stessa religione. Questo particolare aiuta gli immigrati a superare gli inevitabili ostacoli di ambientamento e a ritrovare nelle persone dello stesso gruppo religioso amicizia e assistenza.

Colui che emigra supera i confini della propria cultura per abbracciare un tessuto sociale antropologicamente diverso dal proprio. Non sono pochi – e le recenti notizie lo confermano – i fenomeni di intolleranza etnico-religiosa che affliggono intere generazioni di immigrati. Molti di essi sono guardati con eccessivo sospetto, la diversità culturale e religiosa non diventano arricchimento reciproco ma causa di separazione, espressa talvolta con violente manifestazioni di protesta.

Nella famosa tragedia di Euripide, Medea, leggiamo questa attualissima considerazione: “Non è giusto disprezzare chiunque tu abbia veduto senza averne sperimentato l’animo chiaramente e senza averne ricevuto l’offesa. L’ospite deve adeguarsi alla città che lo ospita, ma non è lodabile che chi ci ospita ci tratti acerbamente per sua tracotanza o difetto di conoscenza”.

Non è possibile ignorare tale fenomeno né, tanto meno, demandarlo alla sola competenza territoriale affidata alle leggi dello Stato. E’ necessario poter guardare i limiti della propria diversità e quella altrui (etnico-religiosa che sia) con maggiore tolleranza e soprattutto con la capacità di accogliere ogni distinzione culturale, di nazionalità o di religione con la responsabilità civile e personale che è patrimonio ontologico di ogni uomo.

 

Michelangelo Nasca




25/07/2008

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