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COMMENTO. PERCHÈ IL TEMA DELLA RIFORMA DELLA SCUOLA È BARBOSO?
Nella percezione sociale dei problemi del paese la scuola rimane marginale


(14 Luglio 2010) - Nei sistemi di valutazione del grado di sviluppo dell'economia di un paese sono gli standard più importanti usati dalle società private più accreditate, per costruire studi e report su cui si baseranno i governi per assumere le decisioni sulla destinazione dei fondi strutturali, in Europa o nelle politiche di cooperazione.

Accanto all'acqua potabile, alla presenza di una pluralità di organi di informazione, vi sono l'istruzione e la ricerca scientifica, le parole-chiave di ogni economia, di ogni investimento, di ogni proiezione a lungo termine. Da questi standard dipende in larga misura la ricchezza di un paese, il valore professionale della forza lavoro interna, la capacità di incidere sui mercati, di fare prevenzione e farsi carico dei bisogni di salute, di favorire l'inclusione sociale, di contrastare i reati, di creare un sistema di sostenibilità economica ed etica.
Non sono slogan per difendere l'università italiana o la scuola in generale, che di pecche ne ha sempre avuto tante o, salsetta per annacquare i programmi politici e i discorsi dell'opposizione. Questi standard sono le le linee concrete che orientano la spesa pubblica in Giappone, o nei paesi del nord europa e del mondo anglosassone; servono a contrastare la crisi economico-finanziaria, mantenendo costanti i livelli di competitività.

Nell'ultimo semestre il tema della scuola italiana, ha ricevuto scarsissima eco sulla stampa, riducendosi ad affare di contrasto tra opposizione e maggioranza, tra i diversi organismi sindacali, ad una personale (e presunta, a tratti) antipatia verso un governo di imprenditori, o verso un ministro ignorante e incapace di sostenere con ragioni plausibili la riforma appena avviata; a limite il tema della scuola è stato fagogitato dal tema più generale dei tagli al servizio pubblico, un affare più di Tremonti che della Gelmini, deprezzato già nei decisori principali. La scuola come la sanità, fatta a pezzi dalla recessione; come i servizi sociali subisce i tagli e non si può far nulla.
Assumere la difesa della scuola assomiglia ormai ad una forma strana di sodalizio con il sentimento dell'impotenza: se abbandoniamo i disabili a casa azzerando l'assistenza domiciliare, se tagliamo i laboratori per le mammografie, figuriamoci cosa possiamo fare per difendere le classi di 27 o 30 alunni. Tutto sommato l'idea di formare classi con 33 alunni e di lasciare a casa i minori disabili e le migliaia di precari che hanno garantito il sistema per dieci-quindici anni non appare in aperto contrasto con le politiche per la scuola e di welfare degli ultimi quindici anni. Solo per fare alcuni esempi: ad eccezione di alcune regioni dai servizi eccellenti, nulla è stato fatto sull'orientamento lavorativo dei disabili e sulla loro inclusione sociale; sul territorio nazionale poi e sulla formazione qualitativa degli insegnanti siamo all'anno zero.  E non parliamo delle pari opportunità di genere, che hanno visto il nostro paese più volte oggetto di sanzioni da parte della UE. 

Il tema della scuola rimane così ''apparentemente'' specialistico, barboso, non è elemento diffuso, su cui va la pena misurare l'opinione pubblica. Provate a ragionare con qualcuno che non è coinvolto personalmente nell'affare scuola e non conosce direttamente persone coinvolte lavorativamente o affettivamente -magari perchè genitori di alunni disabili-, che hanno avuto occasione di fare con lui outing sulla condizione drammatica in cui versa da anni la scuola italiana. Non gliene può fregare di meno: c'è da fare la spesa, da riempire il serbatoio dell'auto per recarsi al lavoro, ''abbiamo rinunciato già alla vacanza, alle griffes, alle cene e siamo in sofferenza con mutui, cessioni, capricci e rate varie.'' Sono i livelli di percezione sociale dei problemi del paese e la scuola rimane marginale.

Difficile veicolare il valore dell'istruzione, lasciare comprendere che da questo valore dipende in larga misura l'innovazione tecnologica, la diffusione del benessere, la partecipazione, la tutela dell'ambiente, la cooperazione, l'integrazione. E' un processo lungo e richiede la volontà di decisori bravi e intellettualmente onesti. Solo i sindacati (qualcuno in realtà) hanno provato ad avviare un dibattito, ma esiste un problema di linguaggio e di chiarezza sui termini, che finisce con l'interferire con l'eventuale successo e disseminazione dei dati di analisi della scuola e di critica del sistema. Può apparire strana questa ''barbosità'' della scuola che colpisce l'Italia. In genere sono i paesi che non hanno conosciuto ancora innovazione e sviluppo, in cui la scuola, così come la sanità, vengono trattate come sistemi burocratici, in cui il papello delle regole è talmente consolidato e autoreferenziale, da favorire gli interessi di alcune frange ristrette e indebolire e frammentare invece gli interessi delle fasce sociali più ampie e realmente coinvolte. In questi casi si parla di assenza di emancipazione attiva. Si può provara a ricercarla questa foma di emancipazione professionale, credo però con scarso successo, nel sistema scolastico in generale ma anche all'interno della categoria professionale dei docenti. 

Sulla scuola italiana si può provare però a mettere a nudo alcune questioni in maniera autonoma e indipendentemente dai valori morali e dalle visioni della vita (e della scuola!); ci si può chiedere ''a che cosa serva la scuola'', ''che tipo di sistema è'', ''come funziona'', ''come recluta'', ''come gratifica i suoi professionisti interni'', ''con quali risorse professionali ha a che fare'', ''come organizza i suoi spazi e i suoi tempi senza difendere a priori le co-docenze''.
Se la maggior parte degli italiani rimangono zitti di fronte alla tragedia dell'indebolimento del servizio di istruzione rivolto ai loro figli, qualche meccanismo di distorsione si sarà pure attuato, qualcosa che non ha funzionato (e non funziona) nella comunicazione del servizio pubblico, nell'attribuzione di senso (appunto pubblico!) ad un servizio che dovremmo considerare ovvio, banale e affermato. 

Si parla male del sistema scuola sui giornali e in televisione anche perchè chi la critica ed ha voce in capitolo per trattare con i giornalisti non si è innovato nel linguaggio e i giornali, che recitano ancora una parte importante nella formazione dell'opinione pubblica. I media, al dovere che dovrebbe contraddistinguere i professionisti di comprendere quali sono i reali problemi, preferiscono il libero sfogo dei gates di maggiore risonanza. In generale i gates veicolano l'opinione dei sindacati, dei partiti e dei portavoce dei sistemi di interesse più solidi, come gli atenei e i privati che si alimentano dell'istruzione mostrando scarsa responsabilità sociale. Se poi la scuola diventa terreno di contrasto tra le parti politiche, meglio! Ci si assicura un sufficiente grado di agonismo utile per l'informazione e per la vendita, per coinvolgere gli insegnanti che non sono abituati alla competizione, e che diventano per un periodo buoni lettori.

Se il percorso di emancipazione dall'idea burocratica della scuola è complicato si può cominciare con l'eliminazione di alcuni concetti-chiave che gli italiani non comprendono più, soprattutto nei toni prescrittivi. Manca un dibattito sulla scuola e sull'università nel tessuto socio-culturale, e i decisori della scuola si accontentano -con intenti anche maliziosi- di ridurre il dibattito sull'istruzione ai tagli, al ridimensionamento del servizio, o alla difesa strenue (pur legittima) dei posti di lavoro. Ad esempio, si può provare a emanciparsi dai concetti di ''scuola statale'', nella misura in cui non esiste più lo Stato come ''entità culturale'' o ''saperi essenziali in una nazione'' che non siano correlati alla ricerca scientifica. Ancora, il concetto di ''qualità del sistema'', che viene utilizzato in modo autoreferenziale senza volere comprendere il cattivo funzionamento appunto del sistema nel suo segmento più critico, rappresentato da un reclutamento degli insegnanti esautorato dei meccanismi meritocratici (sui tagli alla ricerca e sul reclutamento dei ricercatori universitari poi il sindacato non ha preso mai posizione, contribuendo alla conservazione degli equilibri di una isola, a torto, considerata felice e comoda); il concetto di ''unità e unitarietà possibile tra i sindacati'', costituisce una vera e propria petizione di principio poichè si auspica l'unitarietà degli stessi organismi che hanno rinunciato storicamente a fare una critica costruttiva dell'istruzione, non  rendendosi autonomi dalle influenza delle parti politiche. O, ancora, il tema della  ''tutela dei lavoratori precari'', che rimane una riduttiva questione che non produce alcun impatto mediatico, nonostante si tratti del diritto al lavoro di insegnanti veri; oggi ci sono ampie fasce di lavoratori di altro settore che hanno perso il lavoro. 

Dopodomani 15 Luglio, a Roma, si svolgerà l'importante manifestazione promossa dalla Fil Cgil, con la quale si chiuderà, a livello partecipativo e di critica radicale della riforma Gelmini, una fondamentale fase di rilancio del tema della scuola in italia, nonostante i limiti e gli steccati ideologici che si presentano ancora nel dibattito. L'auspicio è che la manifestazione si svolga con successo di partecipazione degli operatori della scuola, delle famiglie e degli studenti (con ''cattiva pace'' dei dirigenti, forse la peggiore generazione che la scuola italiana abbia mai conosciuto, altra categoria di cui i sindacati non parlano!). Che non sia, insomma, troppo tardi per cominciare a discutere sul significato che assume all'interno di una comunità il valore dell'istruzione. 



Carlo Baiamonte
13/07/2010

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