Giuseppe è una delle tante vittime di chi non fa il proprio dovere. Chi guarda all’utile personale e non al bene comune deve sentirsi responsabile della morte di questo bambino

(24 Luglio 2009) - Esistono, nella nostra splendida Sicilia, dei quartieri periferici dove la vita risulta davvero difficile e ingovernabile. In assenza di strutture sufficientemente idonee a rendere confortevole e dignitosa la vita dei cittadini si cresce per strada, come in una grande frontiera dove l’illegalità regna sovrana, diventa cultura e appare persino la strada migliore per esorcizzare e soffocare il dramma della miseria.
In provincia di Catania, Giuseppe – un bambino di sette anni – è stato sbranato da tre ferocissimi pitbull. Già in altre occasioni – nonostante gli avvertimenti del fratello – il piccolo era entrato di nascosto nel recinto per dar da mangiare ai cani. Questa volta però – forse per difendere i cuccioli appena nati – i cani non hanno esitato ad azzannare il piccolo Giuseppe fino ad ucciderlo. Sono stati i genitori a scoprire il corpo senza vita del bambino, all’interno del terreno abbandonato e impervio dove era stato nascosto il recinto dei cani. Il dramma diventa, però, ancora più struggente quando Ivan, il fratello del piccolo Giuseppe, dichiara ai magistrati di essere stato lui ad aver tenuto nascosto e cresciuto quei cani.
Ivan ha 19 anni e l’obbligo della firma a causa di precedenti penali per furto. Adesso, come un macigno, si abbatte su di lui la possibile accusa di omicidio colposo. Alcuni particolari rilevati dalle forze dell’ordine, inoltre, sembrano confermare l’ipotesi che in quel terreno abbandonato si svolgessero, clandestinamente, gli addestramenti dei cani da combattimento. Ivan, nel corso della cerimonia funebre del piccolo Giuseppe, svoltasi nella chiesa di San Sebastiano, ad Acireale, perde i sensi e viene accompagnato fuori dalla chiesa, stracolma di fedeli e amici. Non è difficile leggere nel suo volto lo sgomento e la desolazione per quel drammatico epilogo, di cui probabilmente egli è responsabile.
Per don Mario Arezzi, parroco della chiesa di S. Cosma e Damiano «Giuseppe è una delle tante vittime di chi non fa il proprio dovere. Chi guarda all’utile personale e non al bene comune deve sentirsi responsabile della morte di questo bambino».
Proprio in questi giorni, l’Arcivescovo di Palermo e Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, Paolo Romeo, nativo di Acireale, nel corso di una sua omelia ha rivolto ai rappresentanti dell’amministrazione siciliana il seguente monito: “In questo tempo in cui si rendono sempre più evidenti i segni di una crisi socio-economica che si sposa pericolosamente con il degrado morale e l’assenza di prospettiva di fede, siamo tutti – tutti! – chiamati a testimoniare concreta solidarietà, generosa partecipazione nel fronteggiare le emergenze di povertà e disagio che si presentano troppo vicine a noi perché rimaniamo indifferenti. […] Il nostro pensiero non può non andare a quanti soffrono nel corpo e nello spirito. […] Non possiamo neppure dimenticare, tra le tante emergenze, la condizione dei senza casa, specie di coloro che subiscono l’umiliazione di bussare e lottare per vedere riconosciuto un diritto fondamentale ad una vita dignitosa ed a un futuro stabile”.
Nel celebre romanzo di Gilbert Cesbron, “Cani perduti senza collare”, l’autore descrive così il degrado e la miseria di molti giovani abbandonati al proprio destino: “Mentre decine di migliaia d’altri ragazzi… errano vagabondi per le strade, i mercati e le bettole, con le mani nelle tasche vuote. Essi bevono, rubano, fuggono; si prostituiscono in mezzo a uomini e donne, loro falsi amici, simili in tutto ai loro genitori: quale differenza? Il mondo è già, per loro, un’immensa fucina, un immenso bassofondo, un immenso terreno incolto; una notte eterna d’inverno! Ovunque tutto è uguale, e ogni giorno è come il precedente… E’ vita questa?”.
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