Medeu intervista Giuseppe Savagnone, saggista e docente di Storia e Filosofia al Liceo "Umberto I" di Palermo, Direttore del Centro diocesano per la Pastorale della cultura di Palermo e dell’Ufficio della Conferenza Episcopale Siciliana

(Palermo - 31 Marzo 2009)
Prof. Savagnone, lei nei suoi scritti e nella sua attività di editorialista si è occupato spesso di tematiche a carattere etico e che investono anche la cultura giovanile. La crisi economica e sociale, con una notevole e crescente perdita di valori, sta travolgendo tutta l’Italia come un fiume in piena. La famiglia e la scuola sembra stiano pagando il prezzo più alto. Quali sono le sue considerazioni?
R. Il problema, oggi, prima ancora che di natura economica o sociale, è etico. Tutti gli osservatori concordano sul fatto che la tempesta che ha investito il nostro sistema bancario e che si sta ripercuotendo sull’economia reale, ha le sue radici in una dissennata corsa al profitto, sganciata da ogni senso del limite. Si tratta, insomma, della manifestazione di un disorientamento più profondo, di cui le tradizionali agenzie educative – prime fra tutte la famiglia e la scuola – sono sia le responsabili che le vittime. Responsabili, perché ormai da tempo incapaci di educare le nuove generazioni che si sono succedute in questi anni, col risultato di dar vita a una classe dirigente che è quella che abbiamo sotto gli occhi; vittime, perché esse stesse si trovano spiazzate rispetto a una miriade di altre fonti di messaggi (dis)educativi, che hanno di molto ridimensionato il loro ruolo educativo.
Le notizie lanciate quotidianamente dai media investono inesorabilmente tutti gli aspetti della nostra vita rimuovendone le principali certezze. Non c’è nulla della persona che non venga umiliato e profanato, fisicamente e interiormente, con crudele e consapevole ferocia. Stupri, violenza ai minori, vandalismo, intolleranza......cosa sta accadendo all’uomo?
R. Gli esseri umani hanno dentro di sé una ricchissima gamma di potenzialità. Come scriveva nel rinascimento Pico della Mirandola, Dio ha dato all’uomo la capacità di farsi angelo o bestia, affidando alla sua libertà la scelta. Questo è tanto più vero oggi, che i mezzi tecnologici aprono nuove possibilità sia nel bene che nel male. Da qui una maggiore capacità di esercitare la violenza – anche a livello semplicemente comunicativo – , ma anche quella di costruire e di aprire spazi di libertà. Non bisogna dimenticare che anche la seconda alternativa è alla nostra portata e che il tempo in cui viviamo non va demonizzato, perché contiene tanti germi di positività che attendono solo di essere valorizzati dalla nostra libertà.
Molti giovani ritengono che l’uso di droghe o di alcol possa aiutarli a fronteggiare meglio le difficoltà adolescenziali per combattere, talvolta, l’eccessiva timidezza. Stordirsi per dimenticare di esistere non è il titolo di un film, ma la drammatica realtà di una generazione di figli che non riesce più a rintracciare il senso da dare alla propria vita. Come possiamo aiutarli?
R. Il problema dei giovani oggi sono gli adulti. E’ il loro vuoto, la loro incapacità di proporre messaggi significativi, di additare fini convincenti, di costituire personalmente dei modelli per i loro figli e i loro alunni, a gettare nell’insicurezza questi ultimi e a spingerli a cercare dei cattivi surrogati all’orizzonte di senso che non trovano più davanti a sé. Se li si vuole aiutare, dunque, bisogna oggi puntare a educare gli educatori, perché imparino di nuovo a svolgere il loro compito verso chi è affidato alle loro cure. Per un più ampio sviluppo di questa riflessione mi permetto di rinviare al libretto che ho scritto recentemente con Alfio Briguglia, un mio fraterno amico padre di quattro figli, intitolato appunto «Il coraggio di educare» (Elledici 2009).
Chi ci sta accanto, spesso, è considerato una minaccia, un pericolo, un nemico da abbattere al più presto. La superficialità e la banalità di certi rapporti interpersonali, poi, recensiti attraverso alcune trasmissioni televisive (tanto seguite dai più giovani e dove tutti sono contro tutto), rendono ancora più evidente il conflitto morale e concettuale tra un sistema educativo rivolto al bene comune della persona e una trama di iniziative, interventi e giudizi vòlti a conquistare frange di successo o di potere a discapito degli altri. Cosa deve fare un educatore di fronte a tutto questo?
R. Il concetto di bene comune oggi è totalmente misconosciuto e banalizzato dall’abuso che se ne fa. A forza di parlarne, lo si è ridotto a una espressione vuota, che non significa più niente. La prima cosa da fare è di recuperare lo spessore di questa idea, che non è affatto un’ovvietà, perché si contrappone a molte altre concezioni della società, prima fra tutte quella oggi dominante, secondo cui essa è solo una somma di individui che devono tendere ciascuno a fare i propri interessi. In quest’ottica distorta, la politica ha solo il compito di mediare tra questi interessi, finendo naturalmente per privilegiare quelli più forti a scapito dei più deboli. Bisogna riscoprire e trasmettere la consapevolezza che il bene comune non una somma di fini particolari, ma un fine unico, che implica il bene di tutti, ma a costo, spesso, degli interessi egoistici particolari.
Aumenta oggi – afferma Papa Ratzinger, parlando di compito urgente dell’educazione – la domanda di un'educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; la chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. Cosa vuol dire questo per un insegnante?
R. Purtroppo la scuola spesso ha abdicato al suo compito educativo, riducendosi a perseguire l’obiettivo della pura e semplice trasmissione di conoscenze (quando lo fa!). Molti docenti, anche seri e motivati, si impegnano ad istruire i loro alunni, ma non si pongono neppure il problema di educarli. Le due cose sono diverse: istruire significa dare sapere, educare vuol dire aiutare l’altro a sviluppare le proprie potenzialità in modo pienamente umano anche a livello etico e spirituale. La seconda cosa, però, implica che vi sia un orizzonte di valori condivisi da additare ai giovani. È questo che oggi è venuto meno. L’insegnante è chiamato a cercare, per quanto possibile, di ricostituirlo, nel dialogo con i suoi colleghi e con i suoi alunni, anche utilizzando quel prezioso strumento – del tutto frainteso oggi – che è l’autonomia delle singole comunità scolastiche.
La società odierna tende a standardizzare i rapporti interpersonali e ad imprigionare ogni individuo nel proprio particolare piuttosto che permettergli di aprirsi agli altri. Una radicale forma di relativismo verso cui la nostra società sembra tristemente orientata. E’ possibile ancora sperare?
R. Sì. A patto che ci si renda conto che ognuno di noi ha qualcosa da fare per rispondere a questa situazione e si sia disposti a mettersi in gioco personalmente.
Tra le recenti pubblicazioni di Giuseppe Savagnone (nella foto) ricordiamo:
- Il banchetto e la danza. La vita spirituale nella società post-moderna, Milano 1999.
- Processo a Gesù. E’ ancora ragionevole credere nella divinità di Gesù?, Elledici 2007
- G. Savagnone – A. Briguglia, Il coraggio di educare. Costruire il dialogo educativo con le nuove generazioni, Elledici 2009
Michelangelo Nasca
31/03/2009